mercoledì 2 maggio 2018

Guardando con gli occhi di due liceali

fonte: Yawp - giornale di istituto del Liceo Scientifico "Vitruvio" di Avezzano, Febbraio 2018
In pieno centro, ad Avezzano (piazza Matteotti, sopra la Bottega Equa e Solidale), c’è una piccola comunità di inclusione e condivisione, risultato della proficua collaborazione tra la diocesi marsicana, la prefettura dell’Aquila e la passione di molte persone che si dedicano alla gestione del fenomeno migratorio nella Marsica e dintorni. Tra questi, Lidia e Cristina che ci hanno dedicato un venerdì pomeriggio per rispondere ad alcune delle nostre domande. Chiariamo innanzitutto di cosa stiamo parlando: la diocesi gestisce più strutture d’emergenza, tra cui la “Casa d’Accoglienza Straordinaria Giubileo” e si occupa di accogliere e guidare nel processo di integrazione piccoli gruppi di emigranti provenienti dai flussi dell’Africa Sub-sahariana, principalmente dalla Nigeria (a marzo aprirà un’ulteriore struttura, prevista all’interno di un progetto internazionale per creare un Corridoio Umanitario con l’Etiopia). Per permettere tutto ciò è necessario un team (volontario e non) di mediatori culturali, psicologi e figure educative come Cristina che ha conseguito l’abilitazione all’insegnamento della lingua italiana. Gli ospiti della Casa seguono, tra le altre attività, un percorso d’istruzione fornito dal CIPIA, che è un programma ministeriale di istruzione in italiano, matematica e scienze, le cui lezioni si svolgono nell’edificio accanto al nostro Liceo. A questa educazione di base però, gli operatori della cooperativa ne accompagnano una con una maggior accortezza per lo sviluppo individuale dei ragazzi, portando i più preparati al conseguimento del diploma di licenza media. Altrettanto importante è l’intento alla base di questa iniziativa, che è quello di rendere autonomi sotto tutti i punti di vista i loro ragazzi, sollecitandoli all’indipendenza anche attraverso le piccole incombenze di tutti i giorni come la spesa e le pulizie domestiche. L’integrazione passa anche attraverso l’emancipazione e, in questo senso, anche una chiacchierata con il panettiere o con il cassiere può divenire fondamentale perché in qualche modo implica uno “sforzo” linguistico e relazionale con l’interlocutore. Un altro punto interessante della conversazione riguarda i famigerati 35  (32, per la precisione) da cui il Centro riceve i finanziamenti. Sono soldi che vengono elargiti dalla prefettura a tutte le varie strutture di seconda accoglienza (non ai migranti!) e quindi affidati alla gestione dei vari amministratori e, punto dolente, alla loro buona fede. Ecco che emerge la differenza tra un caso virtuoso come quello che abbiamo visitato e quello di altri istituti il cui unico scopo è di ospitare il maggior numero di migranti (ricevendo più finanziamenti) garantendo solo servizi minimi come vitto e alloggio e poi lasciando che i propri ospiti si dedichino all’accattonaggio, soprattutto davanti gli ipermercati di Avezzano, mortificando quindi qualsiasi aspettativa di ascensione sociale. Non solo, questo business dell’accoglienza in luoghi sovraffollati impedisce qualsiasi possibilità di integrazione, danneggiando non solo i migranti ma la comunità intera che, per inciso, proprio per garantire integrazione li aveva finanziati. Invece, alla Casa d’Accoglienza i soldi vengono investiti fino all’ultimo centesimo, al punto da potersi permettere di destinare il 13% della somma ai poveri della parrocchia. Solo un pocket money di 2,50€ finisce direttamente nelle tasche dei migranti, mentre il resto viene ripartito tra le necessità della struttura e il finanziamento dei vari progetti di integrazione e di inserimento lavorativo. Insomma, il modello della “Casa d’Accoglienza Straordinaria Giubileo” ci è sembrato assolutamente positivo e replicabile, una forma di integrazione diffusa ma su piccola scala che accompagna, in un’atmosfera famigliare, l’immigrato a realizzare la sua autonomia sotto ogni aspetto. Lontani da ogni strumentalizzazione politica e dalla retorica dei politicanti, alla Casa d’Accoglienza si percepisce la voglia di fare e di costruire il futuro della nostra comunità marsicana. Una risorsa preziosa per il nostro territorio che meriterebbe più spazio e considerazione.                                 
                                                                                      Mariapia Cerone e Agostino Cambise


DATI ALLA MANO
Qualche punto fermo utile per prevenire il rischio “fake news”:
2,5: i miliardi di euro spesi dall’Italia per l’accoglienza nel 2016 (0.15% del PIL nazionale)
130: i miliardi di euro ricavati dal lavoro di immigrati in Italia, ben l’8.9% del PIL nel 2016.
100: il numero di immigrati accolti nella Marsica l’anno scorso, meno di 1 ogni 1000 abitanti.
HOTSPOT: sono centri di prima accoglienza deputati al primo soccorso e all’identificazione degli immigrati ( Lampedusa, Pozzallo, Trapani e Taranto).
SPRAR:  (Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati) sono invece centri di seconda accoglienza che si occupano di integrare l’immigrato a 360° nelle comunità locali, attraverso attività di inclusione sociale, scolastica, lavorativa, culturale.
CAS: sono “Centri di Accoglienza Straordinaria” che, nonostante la loro natura emergenziale e temporanea, costituiscono la via principale di accoglienza, vista la riluttanza dei comuni ad allestire dei centri SPRAR, nonostante la loro notevole convenienza (ad oggi, danno lavoro a più di 8000 italiani) e virtuosità rispetto al sistema CAS. (Fonti: Repubblica, lenius.it, Il Sole24ore, Wikipedia)


La bellezza dell'incontro







mercoledì 2 novembre 2016

Camminare insieme...con gioia



Questo il tema del nostro incontro che si terrà Domenica 13 Novembre a Scurcola Marsicana a partire dalle ore 9.30.

Il centro del nostro percorso sarà la comunità. Abbiamo l’intenzione, l’idea e la volontà di rimettere in cammino insieme, con gioia!.

Troppo spesso ci dimentichiamo dell’importanza del ruolo di costruttore attivo che la comunità svolge nella nostra società.

È dalla nostra comunità che passa la fraternità, la solidarietà, la voglia di costruire insieme percorsi di senso, la cura del territorio, la condivisione, l’attenzione a l’ultimo, l’amore.

L'attuazione di questi valori esige una conversione personale (ma anche comunitaria) per realizzare una Chiesa più autentica, fedele alla parola di Dio e attenta alle esigenze degli uomini in mezzo ai quali vive.

Il tema del nostro incontro racchiude lo stile di un triennio di LDF teso a riflettere sul senso delle cose. Rimane l'esigenza di una vita sobria intesa come riconoscimento e attuazione della gerarchia dei valori, per cui l'uomo si limita nell'uso dei beni economici al necessario, valutato con spirito di sincerità e di libertà, ma anche di solidarietà verso i fratelli.

Rimane forte il nostro impegno di credenti di inserirci concretamente nelle vicende umane con l'attività sociale e politica svolta nelle forme richieste dalla vocazione di ciascuno, «per far evolvere le strutture e adattarle ai veri bisogni presenti» .

Per camminare insieme la parrocchia rimane, nel nostro ambiente, una struttura di chiesa, che ha bisogno urgente di essere rinnovata e integrata, ma necessaria e insostituibile.

Insomma un impegnarsi verso tutti, fatto da donne e uomini pronti, concreti, capaci di gioire e di realizzare percorsi buoni per il futuro.

In questa riflessione ci faremo aiutare da Giuseppe Noterstefano, vice-presidente del settore adulti di AC



http://adulti.azionecattolica.it/giuseppe-notarstefano

mercoledì 27 aprile 2016

La Fatica della Carità...domenica 8 Maggio ad Avezzano

Si svolgerà Domenica 8 Maggio ad Avezzano, a partire dalle ore 15.00, presso l'Istituto delle Apostole del Sacro Cuore di Gesù, l'incontro sul tema La fatica della Carità... I care ancora.

“Sull’educazione si misurano il nostro amore per il mondo ed il senso di responsabilità per il futuro”. 
Allora in questo tempo dedicato alla misericordia è importante, imparare ed insegnare a dare!

Sul tema saremo aiutati a riflettere da Fabio Vando, responsabile dell'Area Promozione umana della Caritas di Roma


 

mercoledì 14 ottobre 2015

Sulla cura della casa comune

Per introdurre i nostri lavori del 7 e 8 Novembre, che ci vedranno impegnati sui temi dell'enciclica Laudato Si', vi invitiamo a leggere - qualora non abbiate già fatto - l'enciclica.
Di seguito, inoltre, trovate un primo approfondimento scritto da Luigi Alici, già Presidente dell'Azione Cattolica Italiana.
buona lettura

Cliccando su questo link puoi scaricare l'enciclica Laudato Si'


di Luigi Alici

L'enciclica di papa Francesco è un documento molto ampio e impegnativo, che merita di essere letto più volte in modo attento e cordiale, evitando - come purtroppo sta accadendo anche questa volta - di usarlo unicamente per cercarvi una conferma ai propri pregiudizi. 
Provo a condividere solo una prima impressione, a cominciare da un particolare apprezzamento per la felice scelta del titolo: la citazione di Francesco d'Assisi (Laudato si') contiene l'invito ad assumere uno «sguardo diverso» (111) sul creato, centrato sugli atteggiamenti positivi dello stupore e della lode, della gratitudine e della gratuità: «Il mondo è qualcosa di più che un problema da risolvere, è un mistero gaudioso che contempliamo nella letizia e nella lode» (12). Il sottotitolo contiene quindi alcune parole-chiave per la comprensione del testo: il riconoscimento della «casa comune», che «è anche come una sorella, con la quale condividiamo l'esistenza, e come una madre bella che ci accoglie tra le sue braccia» (1), si collega all'idea di «una cura generosa e piena di tenerezza» (222).
«Mai abbiamo maltrattato e offeso la nostra casa comune come negli ultimi due secoli» (53): questo giudizio severo costituisce la premessa fondamentale del testo; bisogna ammettere che siamo di fronte a una sfida epocale, che non è lecito ignorare o minimizzare. Questo punto di partenza spiega anche la natura in certo senso anomala dell'enciclica, che non si rivolge soltanto al mondo cattolico e agli "uomini di buona volontà" (secondo la formula di papa Giovanni), ma «a ogni persona che abita questo pianeta» (3).
Dinanzi alla gravità di questa sfida, papa Francesco non esita ad «assumere i migliori frutti della ricerca scientifica oggi disponibile» per «dare una base di concretezza al percorso etico e spirituale che segue» (15). Quest'approccio collega il dato della gravità a un principio di fondo, che può considerarsi - a mio avviso - la chiave interpretativa dell'intera enciclica: «Tutto è connesso» (117, 138). Sviluppando a un livello diverso l'idea di ecosistema, tale tema ricorre continuamente, anzitutto percollegare in modo esplicito e insistito l'approccio ecologico e quello sociale (49,93,139); quindi per motivare l'appello a una «solidarietà universale» (14), evocando temi particolarmente cari a san Giovanni Paolo II (molto citato): «L'interdipendenza ci obbliga a pensare a un solo mondo, ad un progetto comune» (164). Per il cristiano tale appello si traduce nell'invito a riscoprire il dinamismo trinitario della creazione: «Tutto è collegato, e questo ci invita a maturare una spiritualità della solidarietà globale che sgorga dal mistero della Trinità» (240). 
C'è dunque una solidarietà nel bene e nel male; rispetto a quella, stupenda e magnifica, che scaturisce dal disegno della creazione, il nostro tempo ce ne offre una controfigura inquietante: «quello che sta accadendo alla nostra casa» intreccia insieme deterioramento della qualità della vita e degradazione sociale; esiste infatti un'«intima relazione tra i poveri e la fragilità del pianeta». Il primo capitolo ne offre una panoramica ampia e informata. Dinanzi a questi scenari «nessun ramo delle scienze e nessuna forma di saggezza può essere trascurata, nemmeno quella religiosa» (63). 
Nel secondo capitolo tali dinamiche sono rilette alla luce della fede e se ne ricava un insegnamento fondamentale: «la creazione può essere compresa solo come un dono che scaturisce dalla mano aperta del Padre di tutti, come una realtà illuminata dall'amore che ci convoca ad una comunione universale» (76). Proprio in nome di una vera comunione universale, si guarda al messaggio francescano che proclama l'armonia di tutto il creato: «Suolo, acque, montagne, tutto è carezza di Dio» (84). La conseguenza è immediata e vincolante: «L'ambiente è un bene collettivo, patrimonio di tutta l'umanità e responsabilità di tutti» (95).
Non è possibile, dunque, ignorare «la radice umana della crisi ecologica» (terzo capitolo): fare i conti a viso aperto con «la globalizzazione del paradigma tecnocratico» significa misurarsi con la crisi dell'antropocentrismo moderno, e in modo particolare con la tentazione del relativismo pratico, quindi riconoscere la necessità di difendere il lavoro, e interrogarsi intorno al rapporto tra ricerca biologica e implicazioni etiche.
Per guardare oltre la crisi abbiamo bisogno, secondo papa Francesco, di «un'ecologia integrale» (quarto capitolo), che possa fare sintesi fra tutte le sue dimensioni (ambientale, economica, sociale, culturale…), senza dimenticare la vita quotidiana e mettendo al primo posto «il principio del bene comune» e della «giustizia tra le generazioni».
Il quinto capitolo, che suggerisce «alcune linee di orientamento e di azione», fa il punto della situazione in merito al dialogo sull'ambiente, a livello di politiche internazionali, nazionali e locali, invocando altresì un dialogo tra poltica ed economia e quindi tra scienze e religioni.
L'ultimo capitolo («Educazione e spiritualità ecologica») invoca infine una vera e propria «conversione ecologica», aprendo la fede cristiana alla prospettiva di un'alleanza tra umanità e ambiente, e quindi di un'autentica «fraternità universale» (228). L'idea di base si può riassumere così: «L'ideale non è solo passare dall'esteriorità all'interiorità per scoprire l'azione di Dio nell'anima, ma anche arrivare a incontrarlo in tutte le cose, come insegnava san Bonaventura» (233).

A una prima lettura, tre aspetti in particolare rendono questa enciclica, a mio giudizio, meritevole di profonda attenzione:

a) l'organicità della tesi di fondo: rispetto al dibattito attuale sui temi ecologici, da anni bloccato tra una difesa a oltranza dell'antropocentrismo (e quindi della tecnologia) e un estremismo biocentrico (quasi sempre anti-tecnologico), papa Francesco afferma con forza: «Non c'è ecologia senza un'adeguata antropologia» (118). L'unitarietà dell'approccio integra il piano scientifico, filosofico, sociale e ultimamente mistico: «Infatti non sarà possibile impegnarsi in cose grandi soltanto con delle dottrine, senza una mistica che ci animi» (216). Per questo motivo, fra l'altro, «non è neppure compatibile la difesa della natura con la giustificazione dell'aborto» (120). Da questo punto di vista, divinizzazione della terra e mito del progresso illimitato sono due facce della medesima medaglia; com'è possibile combattere la violenza contro l'ambiente e chiudere gli occhi sulla violenza dell'uomo contro l'uomo?

b) il radicalismo della proposta: papa Francesco non esita a levare alta la sua voce contro ogni tentativo di insabbiare o dissimulare il problema. «Su questo tema le vie di mezzo sono solo un piccolo ritardo nel disastro» (194). Questo radicalismo sfida in modo aperto e politically incorrect gli stereotipi culturali, le abitudini di consumo individuale, le disattenzioni evasive della religione, il potere pervasivo della finanza e della tecnocrazia. Lo stesso appello a rallentare i consumi e ad «accettare una certa decrescita» (193)
s'inquadra in un principio radicale e semplicissimo, di cui siamo invitati a scoprire le potenzialità straordinarie: «meno è di più» (222);

c) la coerenza del metodo: in un testo come questo, che affronta questioni complesse, in larga misura dipendenti da informazioni empiriche, papa Francesco scrive un'enciclica in un certo senso anomala: per un verso, pienamente inserita nella tradizione cristiana (come documentano le citazioni, da san Tommaso a san Bonaventura, oltre a san Francesco) e molto attenta al magistero dei pontefici che lo hanno preceduto, oltre che a vari documenti - molto belli - di episcopati nazionali (assente la Conferenza episcopale italiana, come in EG); per altro verso, il papa si mette umilmente in ascolto della scienza senza esserne schiavo, nomina filosofi contemporanei (come Ricoeur e più volte Guardini), si mostra consapevole della posta in gioco, accettando di affidarci un testo composito, ampio e impegnativo, dal quale non era possibile attenderci l'afflato unitario e intimamente "bergogliano" di Evangelium vitae. Grazie a questo metodo, viene messo in pratica concretamente un dialogo esemplare tra fede e ragione, arrivando persino a proporre due splendide preghiere finali, con due destinazioni diverse. 

Ne risulta un approccio profetico e di grande realismo; dominato dalla speranza, preoccupato continuamente di censire e valorizzare esperienze esemplari e alternative - soprattutto nel micro - che meritano di essere incoraggiate, ma consapevole che abbiamo bisogno di un nuovo sguardo e di nuova sintesi, che interpella tutti noi, nessuno escluso, a fare un passo in avanti: «L'autentica umanità, che invita a una nuova sintesi, sembra abitare in mezzo alla civiltà tecnologica, quasi impercettibilmente, come la nebbia che filtra sotto una porta chiusa» (112).


lunedì 27 aprile 2015

Sobrietà: i bisogni dell'uomo

Cari amici di seguito la prima parte dell'intervento sugli stili di vita sobri fatto da Mons. Armando Dini durante il nostro incontro tenutosi a Pescina.
Buona lettura  

L’essere umano è un essere complesso.
a)    L’uomo è una creatura e in quanto tale è stata creata, non si è fatta da sé. Ciascuno di noi ha ricevuto l’essere creatura, non se lo è dato e lo può perdere, solo, con la morte.  L’istinto di conservazione è il primo istinto dell’essere umano, proprio quell’istinto che è il riflesso psicofisico del nostro essere creatura.
b)    E poi però siamo le uniche creature fatte ad immagine e somiglianza di Dio (Genesi, inizio della Bibbia). 
Se mettiamo in relazione il principio della Bibbia e gli ultimi capitoli, Prima Lettera di San Giovanni Apostolo, vediamo che siamo fatti ad immagine e somiglianza di Dio e che Dio è amore.
Quindi noi siamo fatti ad immagine di Dio che è amore e siamo fatti ad immagine dell’amore. Quindi noi siamo creature che ci realizziamo soltanto quando siamo amati e amiamo.
L’uomo è una creatura speciale, fatta di imitazione di Dio. Il fallimento dell’uomo si ha quando questo diventa egoista, il contrario dell’amore.
La realizzazione dell’uomo sia ha quando l’uomo ama ed è amato.
D’altra parte, a distanza di duemila e quattrocento anni (il libro della Genesi nella forma attuale è stato redatto intorno al 500/400 avanti Cristo) gli psicologi hanno riscoperto quello che ci diceva la Bibbia: cioè ci hanno detto che in realtà è l’amore quello che realizza l’essere umano.
L’uomo, come creatura, avendo ricevuto l’essere e temendo di perderlo – per istinto di conservazione – deve fare di tutto per conservarlo.
Per conservare il suo essere ha bisogno di mangiare, ha bisogno di bere, ha bisogno di dormire, di casa, di vita sociale, di vita sociale di stima.
Questi bisogni sono così fondamentali tra l’essere umano e gli altri che diventano diritti umani.
Questi bisogni hanno per centro il mio io.
Se io mangio non posso dire ad un altro mangio io per te. Queste esigenze hanno come centro di soddisfazione il mio io.
Se c’è un centripetismo, questo ha come punto di arrivo il mio io. Se io non mangio, se io non bevo, se io non dormo, muoio. Ho bisogno di queste cose. E finché soddisfo queste mie esigenze in maniera equilibrata, è tutto giusto, sono miei diritti. Nessuno mi può accusare perché mangio o dormo. Ma se poi esagero allora vado al di là del giusto.
Per spiegare questo concetto userò due tipi di vocaboli.
Bisogni egotistici: cioè quelli che fanno parte della nostra realtà umana, le cose di cui abbiamo bisogno realmente ed che è giusto ed umano soddisfare.
Bisogni egoistici: quando prendo più di quello che serve a me, che mi è necessario. Ho diritto di mangiare, ma se esagero divento egoista.
Egoismo ed egotismo hanno per centro l’io. Però noi siamo fatti ad immagine di Dio, che è amore e l’amore non ha come centro l’io, ma la persona amata.
Direbbe Papa Francesco, uscire fuori di sè, non essere autoreferenziali!
Nell’amore il punto di arrivo è la persona che amo nella sua realtà, amandola così come è fatta. Per cui l’amore non può essere mai identico per due persone perché le persone sono tutte diverse e quindi l’amore deve conformarsi alla persona che tu ami.
Allora, questi due movimenti che si esprimono l’uno centripeto verso l’io, con il rischio dell’egoismo, l’altro centripeto verso la persona amata, sono movimenti completamente diversi ed opposti.
Quindi possiamo descrivere l’uomo come un essere drammatico: perché è chiamato all’amore, si realizza con l’amore, però ha bisogno di tante cose.

Tutti noi abbiamo avvertito questo contrasto.